Fonte: " lindipendenza.com "
di PAOLO L. BERNARDINI Gentile Signor Grillo, Le scrivo dalle pagine di un giornale elettronico che in poco più di un anno di vita celebra oggi i 4 milioni di visite. Questo giornale porta il nobile nome di "L'indipendenza", e raccoglie tante anime, a volte litigiose, a volte concordi, dell'indipendentismo italiano, dal Tirolo alla Sicilia, dal Piemonte al Veneto. Le scrivo da genovese, come Lei, ovvero da figlio di una piccola patria che ha goduto di otto secoli almeno di indipendenza, di libertà, di prosperità. Mi piacerebbe incontrarLa, forse, un giorno, a Piazza Corvetto, la piazza che porta al centro la statua di un re straniero, ma che ha il nome di un genovese illustre che si batté per la restaurazione della Repubblica Superba quando ciò era ancora possibile, al Congresso di Vienna, nel 1815. Singolare contraddizione. Le offrirei volentieri un caffè da Mangini, e Le parlerei — se cose più urgenti, davvero, non vi fossero all'orizzonte — dell'amore che ci accomuna, per il mare e per la Sardegna(quanti cuori, e Lei lo sa bene, anche in Sardegna battono per la libertà, quando individui si battono, poi, per essa). Le scrivo da genovese che al contrario di Lei vive l'appartata vita dell'accademico, e scrive, e pensa, troppo spesso, in punta di forchetta. Ma che verso di Lei ha simpatia, forse dai tempi lontani di una simpatica pubblicità di uno yogurt. Tante volte la riformulo, a mio modo, quando mi batto con le menti indurite di tanti, troppi, anche tra noi indipendentisti: "Se mi dici dove hai il cervello, ti ci faccio entrare qualche concetto...". Le scrivo perché riflettendo sulle Sue vittorie, e cercando di cogliere un fil rouge nelle tante manifestazioni del Suo pensiero, mi è parso di comprendere che esso sta nel valore dato alla democrazia e alle sue applicazioni. E' il fil rouge, è la chiave di tutto, è la chiave di volta? Me lo dica Lei. Da liberale classico credo, con Hoppe, che la democrazia sia un Dio che ha fallito. Ma se proprio Lei vuole restituirLe la sua natura divina, lo faccia. E dunque, Le scrivo cercando di entrare nelle pieghe della Sua mente, più che in quelle del Suo movimento che mostra, mi pare, qualche crepa (non Le auguro che sia quella di casa Usher, naturalmente, se ricorda la novella di Poe). E le scrivo non da liberale classico, ma da semplice cittadino che crederebbe, se ci fosse, nella democrazia. E Le avanzo umilmente una proposta — come è umano Lei ad ascoltarla, Le aggiungo, parafrasando un nostro illustre concittadino — che non molto umilmente, Le dirò, è l'unica che potrebbe restituire alla parola "democrazia" non dico un'aura divina, ma quantomeno la dignità che le spetta se non altro per tutti coloro che in suo nome sono morti. Vi è un solo modo per restituire, in questo paese, dignità alla parola democrazia. E' quello di convocare un referendum popolare in cui TUTTI i cittadini, divisi per REGIONE, siano chiamati a rispondere ad una SOLA domanda: "Volete che la vostra regione si costituisca in stato indipendente, o rimanga parte dell'Italia?". Avevo avanzato, nel mio libro "Minima libertaria" che l'amico Leonardo Facco ha avuto la bontà di pubblicare l'idea che la frantumazione dell'Italia in 20 piccoli stati avrebbe rappresentato la salvezza di tutti noi "italiani". Ma è un libro liberale-classico, anticipa il risultato perché è quanto io penso da pensatore liberale-classico, appunto. Ma qui faccio un PROFONDO passo indietro, è una sorta di "prequel", il mio. Facciamo conto che il liberalismo classico non esista, o che nessuno sappia davvero cosa sia (in gran parte, gli intellettuali del Suo movimento non ne hanno cognizione alcuna). SE, E SOLO SE TUTTI GLI ITALIANI SARANNO CHIAMATI A DICHIARARE LA LORO APPARTENENZA MORALE, LA LORO VOLONTA' DI APPARTENERE ALL'ITALIA, L'ITALIA STESSA COMINCERA' DAVVERO AD ESISTERE. Quindi, mi creda Signor Grillo, il mio discorso non è quello di un liberale classico, non è quello di un indipendentista, ma mi sono calato nei Suoi panni, di tenace difensore della democrazia, di nemico delle caste, di amante della sincerità, di quel motto, "electa una via non datur recursus ad alteram", che non tutti i Suoi mi paiono osservare. Personalmente, ma l'ho sempre detto, sarei felice se il Veneto diventasse indipendente, ho la tessera 201 di un movimento che si batte con coraggio per questo, due coraggiosi veneti, una ragazza e un uomo, stanno mettendo a rischio la propria vita con uno sciopero della fame, teso a svegliare i Consiglieri regionali, onde mettano nero su bianco la proposta di legge per il referendum consultivo per l'indipendenza. Ma mettiamo tutto questo tra parentesi. Stiamo parlando di 5 milioni di persone, meno del 10% degli italiani. Io mi sto riferendo a TUTTI gli italiani. Se io fossi un difensore dell'Italia, vorrei che finalmente essa rinascesse sulla base di un consenso popolare, di una appartenenza condivisa. Che gruppi disomogenei di persone, divise da tutto, unite forse solo dalla religione (con interpretazioni diversissime della medesima, a partire dalla prevalenza al Nord del culto di Cristo, al Sud di quello mariano), finalmente, attraverso un referendum, si esprimessero COME UNA NAZIONE. Se lo sentono, se lo vogliono. Caro Signor Grillo, questo, capirà, non è un discorso di un liberale classico, e neanche di un indipendentista. Può darsi che il Veneto scelga poi, così, di andare per conto proprio, e anche la Sardegna, e magari altre regioni, ma quel che rimarrà, coloro che si dichiareranno ITALIANI, fonderanno per la prima volta l'Italia, un paese, sul consenso. E' nata nel 1861, sulla punta delle baionette, questa nazione, e proprio per questo, cresciuta di dittatura in dittatura, non è mai stata tale. La finzione è proseguita distaccando una nazione inesistente dall'unica entità politica che poteva rappresentarla, uno stato truffaldino. D'altra parte, se una nazione non esiste, quale legittimità ha uno stato nazionale, quale natura? Solo uno stato infinitamente manchevole riflette la mancanza della nazione stessa. Se i pensatori che La sostengono si sono formati su Hegel, e allora che si dia vita ad uno STATO-NAZIONE vero. Ai Veneti fu imposto di votare "sì", nel referendum truffa del 1866, all'annessione al regno sabaudo. Mentre (così raccontano) i Toscani si donarono spontaneamente e con giubilo all'Italia in statu nascendi nel 1859. Ma se anche i Veneti avessero spontaneamente voluto donarsi all'Italia, stiamo parlando del 1866, come possono generazioni ormai divenute cenere della cenere condizionare, e così pesantemente, la vita dei vivi? Non solo la perdita di sovranità con l'Euro, ma neppure la Costituzione del 1948 fu mai sottoposta a referendum popolare. Agli italiani, che non esistevano se non come cittadini, certo non come nazione, fu solo chiesto di scegliere tra monarchia e democrazia, non tra stato centrale, o indipendenza per le loro regioni, e neppure la via intermedia del federalismo — questo bimbo nato morto nel 1789 in Francia, non nel 1861 in Italia, e poi resuscitato come ideale in forma di zombie, orribile ed impraticabile allo stesso tempo — fu presa in considerazione. Per costruire a posteriori un'adesione morale come quella di cui sto parlando furono strumentalizzati i 600.000 morti della Prima Guerra Mondiale, bambini, disperati, coscritti, illusi, manipolati da intellettuali indecenti e terrorizzati dai plotoni d'esecuzione per i disertori. Questa bugia ha le gambe corte come quelle dei torsi umani prodotti da quella guerra. I miei colleghi storici che l'hanno co-onestata fino ad adesso dovrebbero, in un rigurgito d'orgoglio, suicidarsi tutti. Gli italiani non hanno mai avuto la possibilità di dichiararsi tali, di fondare una Nazione. Caro Signor Grillo, offra loro questa possibilità. Andrà via il Veneto? Probabile. Andrà via la Sardegna? Probabile. Andrà via la Lombardia? Forse. Ma quel che rimarrà, l'Italia che rimarrà, potrà fieramente portare questo nobile nome. Vede bene come un liberale classico indipendentista può trasformarsi in un fervente patriota italiano, chiedendo che vengano poste le condizioni perché una finzione diventi realtà, un'imposizione durata 150 anni diventi una patria condivisa, una storia di violenze, negazioni, imbrogli, congiure, morti su morti, diventi uno Stato, se proprio allo Stato si crede, e i Suoi intellettuali hegeliani come fanno a non crederci? Paolo Becchi si è formato su Hegel, della filosofia del diritto di Hegel è uno dei massimi interpreti. Altrimenti, se non farà questo,la Suastessa missione fallirà. Potrà divertirsi ancora un po' a tormentare un morto, ma poi magari il morto stanco delle torture che Lei gli infligge resusciterà in forma se possibile ancora più mostruosa. Indica questo referendum, chieda ad ogni Regione, addirittura ad ogni Comune, che cosa vogliono i cittadini che vi abitano. Lei ha una possibilità unica: non darà la libertà al Veneto o alla Sardegna, ma creerà l'Italia stessa. Coloro che si dichiarano a gran voce non-italiani avranno la possibilità di distaccarsi. Solo in questo modo il verde dell'invidia diverrà quello della speranza, il rosso del sangue quello dell'alba, il bianco della morte la nuova pagina su cui scrivere una bella storia. Davvero. Cordialmente. ...
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